Don Salvatore Iovine
Da cavapietre a pastore di anime
| "Molte cose le ho apprese più
da don Salvatore Iovine che dai superiori del Seminario di Pozzuoli... i
sopravvissuti ricordano ancora i suoi insegnamenti... ancora oggi ne
sentono la mancanza... era l'unico punto di riferimento..." (Dalla
testimonianza del sac. Pasquale Sciccone). |
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Essendo nato in una famiglia povera e numerosa,
Salvatore, fin da ragazzo, fu costretto a lavorare prima come muratore e
poi come cavatore di pietre. Ma il suo ideale era diventare sacerdote
anche se gli sembrava un sogno.
A sedici anni gli morì il padre e a diciotto partì per il servizio militare nella Regia Marina.
Fu cresimato il 16 novembre 1913 nella cattedrale
di Pozzuoli dal vescovo Michele Zezza (1893-1919); gli fece da padrino
il signor Raffaele Conte.
Ritornato dal servizio militare riprese il suo
lavoro di cavapietre, ma con il fermo proposito di diventare sacerdote,
sicché nel tempo libero si dedicava allo studio. Accetta con grande
gioia il posto di cameriere nel Seminario di Pozzuoli perché gli avrebbe
consentito di coltivare la vita interiore e di studiare negli intervalli
tra un servizio e un altro.
In seguito, il vescovo Giuseppe Petrone
(1921-1933), che lo seguiva paternamente, si rese conto che la vocazione
di Salvatore era autentica, e pertanto volle affidarlo a don Giustino
Russolillo perché lo formasse e lo facesse diventare sacerdote. Compì
gli studi classici con i Vocazionisti, quelli teologici nel Seminario
Regionale di Posillipo, mantenuto da don Giustino.
Nel settembre del 1927 Salvatore Iovine, a
trentadue anni compiuti, entra nel Pontificio Seminario Regionale
Campano a Posillipo ed inizia a studiare teologia.
Il 19 agosto del 1928, nella cattedrale di
Pozzuoli, riceve la tonsura dal vescovo Giuseppe Pedrone; il 22 dicembre
dello stesso anno i due primi ordini minori nella cappella del Seminario
Regionale di Posillipo, dal vescovo di Sessa Aurunca Fortunato De Santa
e il 21 dicembre 1929 i due ultimi ordini minori. E' ordinato suddiacono
il 26 luglio 1930 nella cattedrale di Pozzuoli; diacono il 20 dicembre
dello stesso anno nel Seminario Regionale di Posillipo dal vescovo di
Nola Egisto Domenico Melchiori e presbitero il 15 agosto 1931 nella
cattedrale di Pozzuoli. Il sogno di Salvatore è diventato realtà.
Dopo circa un mese gli fu affidato il compito di
prefetto nel Seminario di Pozzuoli. Un seminarista di allora lo ricorda
così: "Era un sacerdote buono, molto serio, direi austero e penitente. A
volte, a refettorio, si cibava di solo pane ed acqua".
Svolse questo incarico per il solo anno scolastico
1931-32.
Ritornato a Monte di Procida, senza alcuna
mansione, don Salvatore celebrava la messa dove i confratelli lo
chiamavano.
Il 1° settembre 1933 fu nominato rettore della
chiesa di S. Maria delle Grazie in Soccavo e il 28 dello stesso mese,
dopo aver superato gli esami prescritti, ebbe la facoltà di ascoltare le
confessioni "utriusque sexus" (d'ambo i sessi) soltanto nel territorio
di Soccavo.
Soccavo fu il primo campo del ministero sacerdotale
di Salvatore Iovine. Vi rimase sei anni ed un mese, durante i quali
diede testimonianza del suo spirito di sacrificio, di povertà, di
obbedienza ai superiori e del suo instancabile zelo per il bene delle
anime.
Dal 6 novembre 1939 al 30 settembre 1940 fu a
Fuorigrotta, viceparroco della parrocchia di S. Vitale ma nonostante la
sua buona volontà e il suo spirito di sacrificio dovette rinunciare
all'incarico per motivi di salute.
E mentre don Salvatore era al Monte di Procida il
Signore guardava a lui e gli riservava un nuovo campo di lavoro: la
contrada Belvedere o Castello di Monteleone.
I suoi abitanti sono tutti contadini; una parte di
essi dimora nel castello ed un'altra in casette sparpagliate tra i
campi.
Di questa chiesa don Salvatore Iovine fu nominato
rettore, in sostituzione di don Giovanni Moio (1908-1987) scelto a
reggere dal 31 gennaio 1942, la parrocchia di S. Maria Annunziata a
Pozzuoli il qualità di economo curato.
Sia per la carenza dei mezzi di trasporto tra Monte
di Procida e il Castello di Monteleone sia per assicurare un'assistenza
spirituale più adeguata ai fedeli della contrada, don Salvatore scelse
di viverci. Prese alloggio in una camera che faceva parte di un
caseggiato acquistato dal vescovo Alfonso Castaldo (1934-1966) il 4
dicembre 1939.
Egli più che con l'intensa istruzione religiosa,
edificava i fedeli con l'esempio della sua povertà, della sua umiltà,
del suo spirito di sacrificio, del suo amore al sacerdozio, del suo
prodigarsi per il bene e la salvezza delle loro anime.
Molte furono le sue attività in parrocchia: la
celebrazione della messa quotidiana, la visita alle famiglie e agli
ammalati, l'assistenza ai moribondi, il catechismo ai fanciulli, e la
catechesi agli adulti. Ottenne di celebrare le Quarantore, benedire e
distribuire le candele nella festa della "Purificazione della Beata
Vergine Maria", benedire e imporre le "ceneri" nel primo giorno della
Quaresima e di svolgere le funzioni della Domenica delle palme e degli
altri giorni della Settimana Santa, secondo il Rituale di papa Benedetto
XIII (1724-1730) per le chiese rurali.
Inoltre, per assicurare alle ragazze della contrada
una formazione cristiana più accurata e specifica, istituì
l'Associazione della Gioventù Femminile di Azione Cattolica.
Ogni mercoledì don Salvatore, con non poco
sacrificio, si recava dal Castello di Monteleone a Monte di Procida per
ascoltare, nella chiesa di Sant'Antonio di Padova, le confessioni dei
fedeli e di un gruppo di giovanette che aspiravano allo stato religioso.
Passata la bufera del secondo conflitto mondiale,
che non mancò di danneggiare la chiesa e la camera ove don Salvatore
abitava (ma non per questo egli se ne allontanò), il vescovo Alfonso
Castaldo, con bolla dell'8 giugno 1945, elevò a parrocchiale la chiesa
del Castello di Monteleone intitolandola a "Sant'Alfonso Maria de'
Liguori, alla Beata Maria Vergine Immacolata, e a Sant'Andrea Avellino".
Fu il riconoscimento ufficiale da parte del vescovo di una cura d'anime
che, grazie allo zelo di don Salvatore, era, da più di tre anni, una
realtà. La sua nomina a primo parroco avvenne in data 25 maggio 1948.
Da allora non ci fu nessun mutamento nello stile di
vita di don Salvatore; continuò a fare quello che aveva sempre fatto per
il bene spirituale del suo popolo, eccetto battezzare i bambini e
benedire i matrimoni. Anche nell' "abbigliamento" tutto rimase come
prima. Infatti non indossò mai la mozzetta con i bottoni ed i filetti
violacei, né mise l'anello al dito (che a quel tempo erano le insegne
proprie dei parroci) perché, come riteneva, erano cose che non si
addicevano ad un povero parroco di campagna come lui.
Rimase tra la sua gente, che lo venerava ed amava
profondamente, fino a quando un male incurabile, di cui si ebbero le
prime avvisaglie il 3 luglio 1955, lo costrinse a rinunciare alla
parrocchia e a ritirarsi a Monte di Procida, ospite del fratello Antimo.
Se bene infermo, e gravemente perché aveva un
tumore al cervello, dalla casa ove abitava si faceva accompagnare alla
vicina chiesa parrocchiale di Sant'Antonio per celebrare la messa, e lo
ha fatto fino a che lo ha potuto. Quando non fu più in grado di alzarsi
dal letto, gli mancò l'assistenza di cui abbisognava e persino l'affetto
di chi avrebbe dovuto stargli vicino.
Morì, quindi, nella povertà e nella solitudine,
alle ore 7 del 20 novembre 1955.
Il popolo lo pianse e partecipò alla solenne Messa
esequiale, celebrata nella chiesa parrocchiale di Sant'Antonio,
conclusasi con la benedizione della salma che, prima di essere sepolta
nel civico cimitero, fu portata nella chiesa di Santa Maria Assunta per
essere nuovamente benedetta. Ad accoglierla c'era il clero montese e
molto popolo. Sul sagrato, il Sacerdote Nicola Mancino tenne un bel
discorso.
Ciò che del parroco Salvatore Iovine, dopo quasi 50
anni dalla morte, è stato detto e ricordato da chi l'ha conosciuto da
vicino, dimostra quanto sia vero questo pensiero del noto scrittore
Russo Fedor Michajlovic Dostoevskij: "Il giusto se ne va, ma la sua luce
rimane dopo di lui".
Nel 1995 si è aperto in diocesi il processo di
canonizzazione, che speriamo per volere del Signore, presto don
Salvatore possa essere elevato agli onori degli altari.
Tratto da: Proculus
Ottobre-Dicembre 1995
Nuova Serie n.°5
