Don Salvatore Iovine
Nel 1995 si è aperto in diocesi il processo di canonizzazione
Da cavapietre a pastore di anime
| "Molte cose le ho
apprese più da don Salvatore Iovine che dai superiori del
Seminario di Pozzuoli... i sopravvissuti ricordano ancora i suoi
insegnamenti... ancora oggi ne sentono la mancanza... era
l'unico punto di riferimento..." Dalla testimonianza del sac. Pasquale Sciccone Salvatore Iovine, quinto di otto figli, nacque a Monte di Procida, allora frazione del Comune di Procida, il 25 agosto 1895 da Aniello e Rachele Scotto di Marco. Fu battezzato lo stesso giorno, "sub conditione", nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta in Cielo dal sacerdote Loreto Schiano Lomoriello (1860-1934). |
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Essendo nato in una famiglia povera e numerosa,
Salvatore, fin da ragazzo, fu costretto a lavorare prima come muratore e
poi come cavatore di pietre. Ma il suo ideale era diventare sacerdote
anche se gli sembrava un sogno.
A sedici anni gli morì il padre e a diciotto partì per il servizio
militare nella Regia Marina.
Fu cresimato il 16 novembre 1913 nella cattedrale di Pozzuoli dal
vescovo Michele Zezza (1893-1919); gli fece da padrino il signor
Raffaele Conte.
Nel settembre del 1927 Salvatore Iovine, a trentadue anni compiuti,
entra nel Pontificio Seminario Regionale Campano a Posillipo ed inizia a
studiare teologia.
Il 19 agosto del 1928, nella cattedrale di Pozzuoli, riceve la tonsura
dal vescovo Giuseppe Pedrone; il 22 dicembre dello stesso anno i due
primi ordini minori nella cappella del Seminario Regionale di Posillipo,
dal vescovo di Sessa Aurunca Fortunato De Santa e il 21 dicembre 1929 i
due ultimi ordini minori. E' ordinato suddiacono il 26 luglio 1930 nella
cattedrale di Pozzuoli; diacono il 20 dicembre dello stesso anno nel
Seminario Regionale di Posillipo dal vescovo di Nola Egisto Domenico
Melchiori e presbitero il 15 agosto 1931 nella cattedrale di Pozzuoli.
Il sogno di Salvatore è diventato realtà.
Dopo circa un mese gli fu affidato il compito di prefetto nel Seminario
di Pozzuoli. Un seminarista di allora lo ricorda così: "Era un sacerdote
buono, molto serio, direi austero e penitente. A volte, a refettorio, si
cibava di solo pane ed acqua".
Svolse questo incarico per il solo anno scolastico 1931-32.
Ritornato a Monte di Procida, senza alcuna mansione, don Salvatore
celebrava la messa dove i confratelli lo chiamavano.
Il 1° settembre 1933 fu nominato rettore della chiesa di S. Maria delle
Grazie in Soccavo e il 28 dello stesso mese, dopo aver superato gli
esami prescritti, ebbe la facoltà di ascoltare le confessioni "utriusque
sexus" (d'ambo i sessi) soltanto nel territorio di Soccavo.
Soccavo fu il primo campo del ministero sacerdotale di Salvatore Iovine.
Vi rimase sei anni ed un mese, durante i quali diede testimonianza del
suo spirito di sacrificio, di povertà, di obbedienza ai superiori e del
suo instancabile zelo per il bene delle anime.
Dal 6 novembre 1939 al 30 settembre 1940 fu a Fuorigrotta, viceparroco
della parrocchia di S. Vitale ma nonostante la sua buona volontà e il
suo spirito di sacrificio dovette rinunciare all'incarico per motivi di
salute.
E mentre don Salvatore era al Monte di Procida il Signore guardava a lui
e gli riservava un nuovo campo di lavoro: la contrada Belvedere o
Castello di Monteleone.
I suoi abitanti sono tutti contadini; una parte di essi dimora nel
castello ed un'altra in casette sparpagliate tra i campi.
Di questa chiesa don Salvatore Iovine fu nominato rettore, in
sostituzione di don Giovanni Moio (1908-1987) scelto a reggere dal 31
gennaio 1942, la parrocchia di S. Maria Annunziata a Pozzuoli il qualità
di economo curato.
Sia per la carenza dei mezzi di trasporto tra Monte di Procida e il
Castello di Monteleone sia per assicurare un'assistenza spirituale più
adeguata ai fedeli della contrada, don Salvatore scelse di viverci.
Prese alloggio in una camera che faceva parte di un caseggiato
acquistato dal vescovo Alfonso Castaldo (1934-1966) il 4 dicembre 1939.
Egli più che con l'intensa istruzione religiosa, edificava i fedeli con
l'esempio della sua povertà, della sua umiltà, del suo spirito di
sacrificio, del suo amore al sacerdozio, del suo prodigarsi per il bene
e la salvezza delle loro anime.
Molte furono le sue attività in parrocchia: la celebrazione della messa
quotidiana, la visita alle famiglie e agli ammalati, l'assistenza ai
moribondi, il catechismo ai fanciulli, e la catechesi agli adulti.
Ottenne di celebrare le Quarantore, benedire e distribuire le candele
nella festa della "Purificazione della Beata Vergine Maria", benedire e
imporre le "ceneri" nel primo giorno della Quaresima e di svolgere le
funzioni della Domenica delle palme e degli altri giorni della Settimana
Santa, secondo il Rituale di papa Benedetto XIII (1724-1730) per le
chiese rurali.
Inoltre, per assicurare alle ragazze della contrada una formazione
cristiana più accurata e specifica, istituì l'Associazione della
Gioventù Femminile di Azione Cattolica.
Ogni mercoledì don Salvatore, con non poco sacrificio, si recava dal
Castello di Monteleone a Monte di Procida per ascoltare, nella chiesa di
Sant'Antonio di Padova, le confessioni dei fedeli e di un gruppo di
giovanette che aspiravano allo stato religioso.
Passata la bufera del secondo conflitto mondiale, che non mancò di
danneggiare la chiesa e la camera ove don Salvatore abitava (ma non per
questo egli se ne allontanò), il vescovo Alfonso Castaldo, con bolla
dell'8 giugno 1945, elevò a parrocchiale la chiesa del Castello di
Monteleone intitolandola a "Sant'Alfonso Maria de' Liguori, alla Beata
Maria Vergine Immacolata, e a Sant'Andrea Avellino". Fu il
riconoscimento ufficiale da parte del vescovo di una cura d'anime che,
grazie allo zelo di don Salvatore, era, da più di tre anni, una realtà.
La sua nomina a primo parroco avvenne in data 25 maggio 1948.
Da allora non ci fu nessun mutamento nello stile di vita di don
Salvatore; continuò a fare quello che aveva sempre fatto per il bene
spirituale del suo popolo, eccetto battezzare i bambini e benedire i
matrimoni. Anche nell' "abbigliamento" tutto rimase come prima. Infatti
non indossò mai la mozzetta con i bottoni ed i filetti violacei, né mise
l'anello al dito (che a quel tempo erano le insegne proprie dei parroci)
perché, come riteneva, erano cose che non si addicevano ad un povero
parroco di campagna come lui.
Rimase tra la sua gente, che lo venerava ed amava profondamente, fino a
quando un male incurabile, di cui si ebbero le prime avvisaglie il 3
luglio 1955, lo costrinse a rinunciare alla parrocchia e a ritirarsi a
Monte di Procida, ospite del fratello Antimo.
Se bene infermo, e gravemente perché aveva un tumore al cervello, dalla
casa ove abitava si faceva accompagnare alla vicina chiesa parrocchiale
di Sant'Antonio per celebrare la messa, e lo ha fatto fino a che lo ha
potuto. Quando non fu più in grado di alzarsi dal letto, gli mancò
l'assistenza di cui abbisognava e persino l'affetto di chi avrebbe
dovuto stargli vicino.
Morì, quindi, nella povertà e nella solitudine, alle ore 7 del 20
novembre 1955.
Il popolo lo pianse e partecipò alla solenne Messa esequiale, celebrata
nella chiesa parrocchiale di Sant'Antonio, conclusasi con la benedizione
della salma che, prima di essere sepolta nel civico cimitero, fu portata
nella chiesa di Santa Maria Assunta per essere nuovamente benedetta. Ad
accoglierla c'era il clero montese e molto popolo. Sul sagrato, il
Sacerdote Nicola Mancino tenne un bel discorso.
Ciò che del parroco Salvatore Iovine, dopo quasi 50 anni dalla morte, è
stato detto e ricordato da chi l'ha conosciuto da vicino, dimostra
quanto sia vero questo pensiero del noto scrittore Russo Fedor
Michajlovic Dostoevskij: "Il giusto se ne va, ma la sua luce rimane dopo
di lui".
Nel 1995 si è aperto in diocesi il processo di canonizzazione, che
speriamo per volere del Signore, presto don Salvatore possa essere
elevato agli onori degli altari.
Tratto da: Proculus
Nuova Serie n.°5
